La Veronica

Un lungo muro di gelsomini delimita il cortiletto. Il tono di selva inestricabile non riesce a mimetizzare il cemento sul quale si affaccia. Il portone pedonale cigola e si chiude con un rumore di bulloni scardinati. È già buio.
Una donna se ne va a passo tranquillo, scendendo per la via nella quale ha abitato con la famiglia natale, ai civici 8, 21 e 10. Tre case diverse. Dopo essere stata in giro per vent’anni è ritornata a vivere lì, cambiando ancora numero di casa, con un’altra famiglia e con le benedizioni dei postini.

C’è un semaforo da aspettare per attraversare Viale Marconi.
Il ring, l’autodromo.
Davanti a lei i tre manichi del negozio di vestiti, guardano tutti verso sinistra. Son lì, una mano e una gamba protesi, come in procinto di compiere un passo, come per attraversare quelle tre corsie.
Un negozio senza tempo. Anche quei manichini lo sono. Sono sempre quelli.

Non ce n’è mai stato uno di loro che l’avesse guardata dritto negli occhi. Son manichini stufi, distratti da chissà quali pensieri d’evasione, o forse pudici, in imbarazzo per certi capi vetusti o fuori taglia che devono indossare. Quello vestito con le giacche tirolesi con i bottoni d’osso e le piume di gallo cedrone sul cappello, scolorito e mummificato dal faretto che lo abbaglia, si butterebbe senza indugi sulla corsia preferenziale, sperando che la Linea Rossa passi proprio in quel momento, per mettere fine a tanto disagio.

Via Cavallotti. Il tabacchino, il negozio di chincaglierie – kitscherie più che chicerie – ed anticaglie, il piccolo market. Subito dopo, dietro una torre di cassette della frutta, impilate all’angolo della strada, si apre un piccolo slargo.

Vicolo Operai, è scritto affianco l’affresco, sempre più rovinato, di una crocifissione.
Un profumo improvviso ed inebriante, una fioritura tardiva di osmanto la rapisce. Lo cerca con gli occhi ma lì non ci son che case, addossate l’una alle altre, altre almeno tre piani. Non vi scorge alcun giardino, nessun terrazzo. Altri odori, riaffiorano alle sue narici. In quelle case aveva la sua officina meccanica il prozio Egidio, odore di miscela e di grasso, e poco più in là, in un sottotetto pieno di trine dove regnava incontrastato l’afrore del brodo di gallina, c’era la casa della prozia Emilia.

Prosegue dritta infilandosi per Via Torricella.
In via Torricella c’è solo un piccolo negozio, quello della parrucchiera. Una minuscola porta dalla graziosa maniglia di ottone ogivale.
Sulla destra le enormi finestre della vecchia tipografia Savio.

Vi incrocia un prominente signore che con la sua pipa dagli sbuffi fragranti di vaniglia ed arancia, disorienta il suo naso che ancora cerca l’osmanto. Sbircia dal portone aperto. La sala è completamente sgombra. Il ritmo delle litografici offset stasera verrà sostituito dal 3,3,2 della milonga.

Via Torricella è così stretta che una macchina ci passa appena. E per passarci dev’essere di piccole dimensioni. Deve essere una macchina degli anni sessanta o settanta, non di più.
È la strada della sua infanzia. La strada più sicura da percorrere, per andare alla scuola primaria. Quella, perché quando andava a scuola lei, i pericoli erano le macchine non le strade strette e scarsamente frequentate.
E di lì macchine proprio non ne passavano: due paracarri altissimi di pietra viva, dalla testa rotondeggiante come due obici, due cilindri che non riusciva ad abbracciare per intero , se ne stavano in mezzo alla stradina.
Riuscire a saltarli alla cavallina, senza sbilanciarsi sotto il peso della cartella portata in spalla, ricadendo incolumi verso la discesa, un’impresa iniziatica. Per riuscirvi si doveva prendere una rincorsa lunghissima. E riuscire a farlo anche al contrario ti consacrava nell’indiscutibile olimpo degli intrepidi.

I paracarri sono stati tolti anni fa e sostituiti da tre convenzionali, conformi, rimovibili, archetti gialli. Se si è bambini van bene per dondolarcisi o per farci la capriola attorno tenendosi saldi con le mani, ma per nessun grande salto. Nessun riconoscimento solenne. La loro natura così convenzionale e precaria è così distante dalla storica presenza dei paracarri di pietra scalpellata grossolanamente della sua infanzia.

Appena dopo la tipografia il cancello arrugginito della casa dei Kowalski, il campanello sfondato, la cassetta delle lettere traboccante fino all’inverosimile di pubblicità. Nel cortile non c’è più la grande magnolia che le colorava di nero i pantaloni. Amava salire su quella magnolia. Ci si poteva nascondere per ore fra le sue generose fronde, con il testa uno dei cappellini che Matilde, sposata in Kowalski, collezionava fin da quando era bambina. Lassù poteva immaginarsi il Corsaro Nero, più che Perla di Labuan, mentre leggeva Salgari in da un enorme tomo rosso, preso in prestito dall’incredibile libreria della grande casa.

Un altissimo muro corre per più di una decina di metri, proprio davanti alla casa dei Kowalski.
Il muro è sempre stato territorio di graffiti e scritte. C’è stata una grande stella a cinque punte cerchiata, corretta poi in una A, un “Tempo di lottare” corredato da croci celtiche piazzate sulle O, e un più pacifico aforisma ghandiano, scritto con lo spray rosso che ancora si legge. Il dazebao di tutto il pensiero politico possibile.

Solo di recente è comparso un enigmatico, smisurato TVCTBCTS accompagnato da un tristissimo SNIF, (sperando che snif non sia un altro criptico acronimo), e un “Veronica con la figa elettronica”.

Ecco, non sono tanto la balera che ha preso il posto dell’officina, la pubblicità che trabocca, ridotta oramai in una scultura di cartapesta, nemmeno le ristrutturazioni delle case che le fan alzare il sopracciglio.
Sì, la scomparsa dei paracarri le sottrae una parte di infanzia, ma è quel tecnologico, disinibito, ingegneristico “Veronica dalla figa elettronica”, che segna un’epoca, che la fa sentire improvvisamente vecchia, che proclama il definitivo trapasso dei tempi. Un manifesto del nuovo millennio che afferma con forza nei suoi assunti.

Nella foto
Veronica, Via Torricella – Pordenone

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