Ics

I miei ricordi di bambina hanno il rosa delle foto delle pellicole risparmiate. Quelle custodite dalle macchine fotografiche composte nelle loro scatole in fondo ai cassetti. Le mani pungenti di acido acetico del fotografo ogni volta rendevano la memoria di una me cresciuta ad ogni fotogramma.

Pasqua, Natale e compleanno, tutto nella stessa busta con due taschine.

Potevi almeno pettinarti i capelli – cadenzava mia madre a ad ogni foto.

I capelli non me li pettinavo da tempo, da quella sera in cui qualcuno che ancora non so, colpì la Luna e fece precipitare dallo spazio Ics.

Faceva caldo e dopo la stagione della cattura dei maggiolini era iniziata la stagione dell’imbottigliamento delle lucciole. Imbottigliare le lucciole sarebbe servito per leggere quell’unico Topolino che passava da settimane di mano in mano, oppure per illuminare le nostre gambe nude che penzolavano dai lucernari dei garage.
L’austerity ci faceva roteare tutti, falene dai sandali di gomma color cinabro, sotto un lampione dalla luce gialla. Unica luce gravida di risa dei cortili di tutto il quartiere.

Solo quando la notte aveva grattugiato via tutti i colori dai condomini attorno, allora era permesso correre di sotto e cercate a tentoni, sul muro di cemento trasudante frescura, l’interruttore.

Un esile palo appoggiato al muretto delle scale, sorreggeva un piatto di latta bianca e blu che illuminava l’isola di cemento dove sostavano piccole biciclette in bilico su un pedale. Il lampione era trattenuto dal solo cavo elettrico e la luce arrivava da una fioca lampadina.
Debole, ma abbastanza luminosa per tagliare in diagonale il muretto da centrare a pallonate schivando la sagoma del portiere di turno. Quasi una luna piena da fissare per sfida, buttando la testa indietro, e poi replicarla mille volte correndo al buio con gli occhi abbacinati. Si giocava a palla finché qualcuno, assonnato o stufo delle urla, non cominciava a chiamare a casa. Naso all’aria verso la voce, si contrattavano cinque minuti alla volta.

– Vado su – ci si diceva rassegnati, correndo verso il portone – è sempre la prima a chiamarmi.

Le nostre vite verticali avevano una casa che da quel cortile, saliva fino alle nostre camerette dai piccoli quadrati fatti da quattro piccoli parquet. Tutte uguali, impilate le une sopra le altre. Con i letti orientati nello stesso modo, spesso con le lenzuola della stessa fantasia.

Era oramai troppo buio quella sera per giocare a pallone e ce ne stavamo sotto il lampione a guardare gli insetti gironzolare intorno e sbattere contro la lampadina, quando qualcuno raccontò che un altro qualcuno gli aveva detto che tirando le monete da venti lire i pipistrelli le avrebbero intercettate e seguite, credendole delle prede. Fu trovata la moneta da venti lire e subito cominciò a roteare in aria sprigionando bagliori d’oro verso la luce, per poi impiegarci tutti nella sua ricerca per terra. Chi l’avesse trovata avrebbe rilanciato l’esca.

Io non la trovai mai, o forse non m’impegnai a cercarla mai.
Uno dei lanci della moneta fece un rumore inaspettato.

Una eco plastica. Rimbalzò fra gli alti muri dei condomini, percorse tutte le ringhiere, vorticò nei terrazzi dove ardevano gli zampironi, fece frinire le tapparelle, colpì il lampione e infine si schiantò su qualcosa che, roteando su se stessa, precipitò a terra con un tonfo molle.

Ci avvicinammo tutti.
Il pallone rotolò via nel silenzio.
Qualcosa di scuro giaceva sul cemento.

Le ali sovrapposte a forma di X nascondevano un piccola testolina, gli occhi tondi e neri, la bocca grande. Qualcuno gridò, qualcuno rise, qualcun altro fuggì a testa bassa. Io allungai le mani e afferrai, prima che un piede si schiantasse sopra, un piccolo essere esanime.

Corsi saltando le ombre sghembe del dondolio del lampione e presi le scale, facendo i gradini a due a due.

Non avevo più fiato, e la gola arsa mi avrebbe impedito di dire qualsiasi cosa per giustificarmi, ma papà non fece domande. Si alzò e andò subito a rovistare nello sgabuzzino per trovare una scatola e un asciugamano.

La sera dopo, infransi la prigione di vetro che serviva da lume, strattonai due bambine e mi diedi a calci e a sputi con Ezio. Non picchiai Sandro ma lui sa che lo avrei fatto se non fosse stato mio cugino. Ero diventata la bambina meno popolare del quartiere, la strega, la stramba. Derisa, non mi pettinavo più, per protesta e per farmi chiedere:

–          Ma non ti si attacca ai capelli il vampiro? L’orribile mostro, la pantegana con le ali?

Papà mi aveva detto che molti avevano stupidi pregiudizi verso le cose che non capivano o che non conoscevano e che la gente avrebbe sempre comunque trovato qualcosa della quale ridere e dare lezioni. E che sarebbe stato così per sempre.
Allora io scappavo via dal bagno quando mia madre cercava di rinchiudermici per passarmi una spazzola fra i capelli e se qualche volta ci riusciva, in ascensore mi passavo le dita in testa arruffandomeli il più possibile.

Se solo avessi potuto li avrei trasformati nel nido più sicuro al mondo per il mio cucciolo di drago.

Fonte fotografica: web

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